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Vallebona

Vallebona

Vallebona, altrimenti conosciuto anche come Vallebuona, è un minuscolo borgo fortificato di epoca medievale, già in abbandono alla fine del XVI secolo, all’interno delle cui rovine si trova l’omonimo santuario mariano di origine seicentesca ma più volte rimaneggiato in epoca successiva e tuttora utilizzato come luogo di culto. Posti a circa 900 metri sul livello del mare sullo spartiacque tra il bacino imbrifero del fiume Turano, un affluente di sinistra del Velino, ad oriente ed il complesso sistema di torrenti tributari del fosso Corese, un affluente dell’Aniene, ad occidente, i ruderi di Vallebona dominano la porzione Nord-Occidentale dei monti Lucretili che ne rappresenta la loro parte dall’orografia più aspra e selvaggia e per questo meno antropizzata.

Dintorni di Vallebona

Dintorni di Vallebona

Fino alla diffusione anche nelle aree marginali delle moderne strade lastricate, che in montagna risalgono tutte alla seconda metà del novecento, la capacità di movimento sul territorio era molto limitata. Un cavallo al passo percorre dai 5 ai 7 km/h se può servirsi di una mulattiera, meno se deve attraversare zone fangose, boscaglie oppure una macchia, un calesse od un carro richiedono un tratturo ben tracciato ed anche in questo caso raramente raggiungono i dieci km/h, un uomo a piedi, se percorre un sentiero, difficilmente supera i quattro o cinque km per ora. Nei tempi antichi anche le condizioni meteorologiche avevano una grande influenza sui tempi di spostamento in montagna: una nevicata, una pioggia oppure la nebbia, eventi endemici in inverno e comunque possibili dal tardo autunno alla fine della primavera, potevano bloccare per molti giorni i trasporti costringendo il viandante a restare nel luogo in cui il brutto tempo l’aveva colto.

Strada di Vallebona

Strada di Vallebona

Per queste ragioni i viaggi attraverso le montagne dell’Appennino in periodi lontani dalla stagione estiva assumevano un carattere aleatorio giacché non era possibile preventivare neppure in approssimazione il tempo di percorrenza ed erano anche molto scomodi perché gli spostamenti erano necessariamente inframmezzati da pause più o meno lunghe in attesa che le condizioni meteorologiche consentissero di proseguire. Così stando le cose, l’unica maniera affidabile per sorvegliare un luogo durante la cattiva stagione era di garantirne il popolamento, cioè di fare in modo che qualcuno ci vivesse in pianta stabile.

Ruderi del castello e del mastio

Ruderi del castello e del mastio

Finché il posto da controllare offriva una qualche risorsa che giustificasse il popolamento, la soluzione al problema era la colonizzazione: su impulso dell’autorità interessata al controllo dell’area veniva costruito un piccolo borgo fortificato e rozzamente incastellato che poi ospitava una poco numerosa popolazione dedita alle attività economiche ed una sparuta guarnigione deputata al controllo del territorio. Sebbene pressoché ogni angolo dell’Appennino centrale avesse qualcosa da offrire all’uomo, se non altro lo sfruttamento dei boschi di media montagna, l’attività venatoria ed un piccolo allevamento allo stato brado nelle radure, poteva darsi queste risorse non fossero sufficienti a giustificare la colonizzazione oppure che si trovassero fisicamente troppo distanti dal luogo che bisognava sorvegliare. In queste circostanze, se l’interesse alla sorveglianza del luogo prevaleva sulle considerazioni di convenienza economica, veniva edificato un piccolo fortilizio, in pratica una fattoria fortificata di ridotte dimensioni costruita intorno ad un mastio, dove un piccolo numero di persone sorvegliava il luogo sfruttandone al contempo le poche risorse disponibili.

Paesaggio di Vallebona

Paesaggio di Vallebona

Vallebona si trova lungo il percorso che collega Orvinio e l’alta Valle del Turano con Scandriglia e la pianura costiera attraverso la valle del Sottacera, un torrente dalla portata molto irregolare incassato in una valle stretta e dai fianchi scoscesi. Posto in posizione dominante lungo i fianchi del monte Castellano, dal fortilizio si poteva facilmente sorvegliare gran parte del sistema di torrenti le cui valli sfociano nel fosso Corese nonché la strada, ancora oggi esistente, che collega la parte Nord Occidentale dei Monti Lucretili con la Salaria attraverso Scandriglia e con la Tiburtina discendendo la valle del Licenza. Per contro i dintorni di Vallebona avevano davvero poco da offrire all’uomo: troppo freddi ed ad una quota altimetrica troppo elevata per l’agricoltura, troppo scoscesi per il pascolo, circondati da boschi mediocri che mal si prestavano al governo a ceduo ed anche privi di una ricca fauna selvatica che giustificasse la caccia.

Mastio di Vallebona

Mastio di Vallebona

L’origine del fortilizio sembra sia da collocarsi nel XII secolo quando venne costruito forse a protezione di Pietra Demone, originariamente costituito dal solo mastio a pianta rettangolare circondato da una palizzata quindi in seguito ingrandito con l’aggiunta di ulteriore edificio a pianta quadrata e forse di un piccolo cortile centrale, che è tutto ciò che ancora oggi ne resta. Il castello di Vallebuona appare per la prima volta in un documento scritto nella seconda metà del XII secolo quando è citato nel Catalogus Baronum. Nella prima metà del secolo seguente il borgo appartenne a Tommaso Mareri, al quale venne prima confiscato da Federico II, poi restituito da Innocenzo IV il 18 Ottobre 1251. Vallebona poi fu requisita al figlio di Tommaso, Filippo, da Carlo d’Angiò per aver parteggiato per Corradino e assegnata nel 1271 a Guglielmo Accroczamuro che però rinunciò al feudo all’inizio del 1279. Nel 1284 ne divenne titolare Giovanni Piccardo quindi passò ai Boccamazza di Roma e nel 1301 tornò di proprietà della famiglia Mareri che ne rimase proprietaria fino al secolo XVI quando il territorio del castello ormai in rovina viene incorporato a quello di Canemorto.

Paesaggio di Vallebona

Paesaggio di Vallebona

Situato nella diocesi di Sabina, alla quale pagava 2 rubbie di grano, il castello di Vallebuona è incluso nella Visita pastorale del 1343. Esso possedeva allora, oltre alla parrocchiale di San Pietro, non meno di altre cinque chiese: San Giovanni, San Giusto, San Vittorino, S. Maria e San Pietro. Verso il 1363 è inserito nella lista del Sale e Focatico con una tassa di 10 rubbie ma non figura in quella del sussidio militare del comune di Roma relativa all’anno 1396. In tutte le liste del Sale e Focatico del secolo XV lo spazio riservato a Vallebona rimane in bianco segno tangibile del suo rapido declino economico. Nel 1440 è ancora citato in una lista di castelli dei Mareri che si posero in armi con il conte Giacomantonio.

Eremo di Vallebona

Eremo di Vallebona

Di origine medievale – ma di epoca ignota – sembra sia stata anche la chiesa che occupava il luogo dove ora sorge il santuario e di cui non resta traccia perché l’edificio, in rovina alla metà del XVI secolo, venne poi pesantemente rimaneggiato all’inizio del XVI secolo quindi ricostruito completamente nel 1643. Alla metà del cinquecento la Sabina divenne definitivamente una terra tranquilla in cui il banditismo era ormai un fenomeno raro e circoscritto ai periodi di carestia, le guerre private fra i signori feudali un ricordo del passato e le rivolte contadine estremamente infrequenti soprattutto in montagna dove la popolazione restava assai scarsa.

Ruderi del mastio

Ruderi del mastio

La pace generalizzata rese di contro inutili i fortilizi montani perché non esistendo più alcun pericolo esterno non erano più necessarie le strutture deputate ad avvistarlo e ciò rendeva non più giustificabili le spese necessarie a mantenerle in efficienza ovunque lo sfruttamento economico dei dintorni non fosse economicamente profittevole. Probabilmente già abbandonato in favore del più comodo abitato di Orvinio nella prima metà del XVI secolo, quando la chiesa dedicata alla Madonna venne restaurata una prima volta, Vallebona era sicuramente del tutto disabitato nel 1643 quando venne edificato il santuario ancora oggi visitabile. Allo stesso tempo, poiché l’abitato di Vallebona rivestiva un’indubbia importanza strategica come posto di sorveglianza almeno dell’alta valle del Fosso Corese, il luogo continuò ad essere debolmente popolato anche successivamente all’abbandono del forte medievale.

Castello di Vallebona

Castello di Vallebona

Non sappiamo se nel corso del XVI secolo oppure durante quello successivo, al santuario mariano venne infatti aggiunto un eremo, in pratica un edificio in pietra dove abitava in permanenza il custode della chiesa, l’eremita appunto, che oltre a sorvegliare la Chiesa per difenderla dai ladri controllava dal punto panoramico in cui viveva le valli sottostanti. Questo eremita, che beninteso era un laico che viveva presso il santuario insieme alla sua famiglia probabilmente dietro designazione del parroco di Orvinio nella cui parrocchia è ricompresa la chiesa, non era dedito alla sola contemplazione del Signore ma presumibilmente svolgeva anche qualche piccola attività agricola e di allevamento nei dintorni sfruttando le terre adiacenti al Santuario dalle quali ricavava di che vivere. Questo eremo era quindi in definitiva una fattoria probabilmente piccola ed abbastanza povera anche per gli standard del tempo che costituiva però una pertinenza del Santuario che la possedeva e che era perciò gravata da una serie di obblighi in suo favore, in principio probabilmente corvèe che dovevano essere assolte dal contadino, l’eremita, che l’aveva in gestione.

Ruderi dell'Eremo

Ruderi dell’Eremo

Possiamo facilmente ipotizzare che le prestazioni dovute dall’eremita includessero un obbligo di sorvegliare i dintorni e di riferire all’autorità, residente ad Orvinio, quanto avesse avuto occasione di vedere, un obbligo di effettuare almeno le piccole manutenzioni ordinarie della chiesa e di custodirla, cioè di proteggerla dai ladri, e forse anche un generico obbligo di provvedere alla conservazione della strada che dal fondovalle raggiungeva il Santuario. Anche dopo l’abolizione della feudalità, che nel Regno Pontificio resistette fino all’inizio dell’ottocento, il sistema rimase sostanzialmente invariato con le vesti dell’affitto condizionato all’espletamento delle prestazioni dovute fino alla metà del novecento quando morì l’ultimo eremita. La costruzione delle strade lastricate rese allora inutile la prosecuzione di questo sistema tradizionale di sorveglianza perché il luogo poteva essere ormai comodamente raggiunto da Orvinio e non c’era quindi più alcuna necessità che qualcuno vivesse in permanenza nei dintorni del santuario.

Santuario di Vallebona

Santuario di Vallebona

L’unico edificio presente a Vallebona ancora oggi in buono stato è il Santuario della Madonna di Orvinio, edificio in pietra a pianta rettangolare, ad una sola navata, con tetto a capriate lignee e due altari alle pareti laterali, che viene saltuariamente aperto al pubblico, in particolare il lunedì di Pasqua. La chiesa conserva al suo interno, sopra l’altare maggiore, un affresco della Madonna nell’atto di porgere il latte al Bambino, opera forse quattrocentesca di mediocre fattura probabilmente di un autore locale, che oggi è chiamata la Madonna di Orvinio. Vi si possono inoltre trovare vari affreschi opera di Vincenzo Manenti, pittore minore del XVII secolo originario di Orvinio, di non particolarmente pregevole fattura, tanto sull’abside che lungo le pareti in corrispondenza dei due altari.

Ruderi del centro abitato di Vallebona

Ruderi del centro abitato di Vallebona

Dell’eremo originario, che doveva trovarsi dietro la chiesa, non resta granché in conseguenza dei radicali lavori di restauro compiuti in epoca recente che hanno completamente snaturato il complesso. Originariamente doveva trattarsi di un piccolo edificio in pietra, forse fornito di stalle, che aveva il suo affaccio in direzione di Scandriglia, luogo dal quale era più probabile che provenissero eventuali problemi da sorvegliare. Del forte medievale restano solo ruderi in pessimo stato di conservazione ed assolutamente non manutenuti, circostanza che rende pericoloso avventurarsi al loro interno. Si scorgono tracce del mastio e di una parte del muro di cinta che doveva essere fornito di torri a pianta quadrata ai suoi quattro angoli. Al di sotto del castello restano tracce di alcuni edifici civili, più moderni ma di epoca indefinibile, alcuni dei quali in corso di restauro per essere probabilmente adibiti a seconde case.

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Aioe

Aioe

L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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