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Stazzano

Stazzano

Stazzano, detto Vecchio per distinguerlo dall’omonimo centro abitato moderno che sorge a circa tre km di distanza, è un borgo fortificato, spopolato ed in rovina costruito alla metà del secolo XII ed abbandonatoall’inizio del XX perché gravemente danneggiato dal terremoto del 24 Aprile 1901. Conserva estesi ruderi del centro abitato, peraltro minuscolo, i resti del Castello ed anche le rovine di una chiesa duecentesca fuori dal centro abitato i cui affreschi quattrocenteschi, peraltro di cattiva fattura, sono oggi custoditi nella chiesa di Stazzano Nuovo.

Fino all’invenzione del motore a combustione interna chi coltivava la terra doveva per forza di cose vivere abbastanza vicino al luogo in cui lavorava. La distanza fra la casa ed il podere doveva essere percorsa ogni giorno due volte ed il viaggio sottraeva tempo ed energie ai lavori agricoli. Allo stesso tempo, però, vivere in campagna era pericoloso perché il forzato isolamento rendeva impossibile all’occorrenza chiedere aiuto quindi ottenerlo in tempi rapidi.

Anche in tempo di pace, le campagne erano battute da mendicanti, forestieri, banditi, pellegrini e cercatori di fortuna in numero variabile secondo la prosperità del momento che, se capitava loro l’opportunità, potevano trasformarsi in ladri o per lucro o per fame. Per il contadino essere derubato era il peggiore degli incubi perché perdere il raccolto significava morire di fame in attesa del successivo, farsi rubare gli attrezzi rendeva impossibile lavorare la terra quindi sfamarsi, privarsi del poco risparmio ottenuto con tanta fatica magari impediva poi di dotare la figlia.

Ancora, concentrare la popolazione rendeva possibili alcune economie di scala perché le lavorazioni artigianali potevano essere affidate a personale specializzato che poi le svolgeva per tutti in cambio di una mercede: nel borgo viveva il fabbro, il falegname, il muratore, magari qualche tessitore, forse un sellaio. Anche le inevitabili relazioni di solidarietà che si instauravano fra coloro che abitavano nello stesso luogo erano un ulteriore incentivo a vivere insieme ovunque fosse stato possibile perché il vicino di casa, che letteralmente viveva a fianco, poteva dare una mano in caso di bisogno, quale che fosse stata la necessità contigente.

Anche per l’autorità costituita, il signore che a vario titolo governava il luogo, concentrare la popolazione aveva il vantaggio di semplificare l’esazione fiscale poiché in tale maniera i contribuenti finivano col vivere tutti nello stesso posto ed oltretutto così era più semplice controllarli. Allo stesso tempo, però, la popolazione dedita all’agricoltura doveva vivere abbastanza vicino ai poderi che coltivava da poterli raggiungere comodamente ogni giorno. Nelle zone in cui il suolo era fertile e tutta la superficie coltivabile, la popolazione per poter sfruttare tutte le terre pur vivendo concentrata doveva per forza distribuirsi fra tanti centri abitati, ciascuno abbastanza vicino ai terreni circostanti da rendere possibile coltivarli vivendoci. Poiché la distanza che ciascuno poteva percorrere a piedi per raggiungere il suo podere era comunque limitata a qualche km, la superficie coltivata dagli abitanti di ognuno dei borghi era molto ridotta e quindi la popolazione di ciascuno non poteva che risultare scarsa.

Stazzano è un esempio ben conservato di questo meccanismo economico. Il borgo, od almeno ciò che ne resta, è costituito da un piccolo castello, probabilmente di origine trecentesca ma pesantemente rimaneggiato fra il cinquecento ed il seicento, ed un piccolo centro abitato, cinto da mura ed adagiato lungo il suo lato meridionale, che al massimo del suo fulgore demografico doveva contare forse cento abitanti. Questo castello era in effetti poco più che una masseria fortificata a pianta rettangolare con un cortile centrale e torri ai quattro angoli del perimetro, protetto su due lati dal ciglio scosceso della collina sulla cui cima è costruito e sviluppatosi a partire dalla torre forse duecentesca ancora ben conservata all’interno della cinta muraria che ne costituiva il mastio.

Il suo scopo non era tanto proteggere gli abitanti del borgo da un pericolo esterno di natura militare quanto conservare le tasse, pagate dai locali in natura come percentuale del raccolto, fino al loro invio ad altra destinazione. Il castello serviva quindi per reprimere le rivolte, che erano sempre possibili in anni di carestia, per controllare le campagne, al limite come una rudimentale piazzaforte ma non assolveva ad alcuna funzione militare primaria, ragione della trascuratezza con cui vennero approntate le difese perimetrali. In termini moderni, questo castello era qualcosa di più simile alla sede del comune od ad una Stazione dei Carabinieri che ad una caserma nel senso odierno del termine: a Stazzano l’unico nemico erano i ladri, di più non serviva.

Anche il centro abitato era molto modesto. In fondo, Stazzano dista da Palombara Sabina nemmeno sei km, distanza che poteva essere percorsa a piedi partendo la mattina e tornando la sera, e forse quattro km da Moricone. A parte i pochi che coltivavano le terre nei dintorni, non c’era nessun altro che davvero avesse bisogno di vivere lì. La sua struttura sembra, per quello che se ne è conservato, incardinata su due strade fra loro grossomodo parallele che partivano dalla piazza principale, antistante all’ingresso del castello e su cui si affacciava la chiesa, e proseguivano fino alla porta, oggi non più conservata, che doveva trovarsi all’estremità opposta del paesino.

Anche le case erano molto semplici: chi poteva semplicemente viveva altrove e questo spiega la completa mancanza dei palazzetti gentilizi che pure abbondano a Palombara. Le abitazioni, tutte costruite in pietra del luogo, erano sovente a due piani e fornite dove possibile di cantine sotterranee per l’invecchiamento del vino, prive di decorazioni e spesso costituite da due stanze sovrapposte collegate all’esterno tramite scale interne non conservatesi. A parte l’agricoltura, a Stazzano non era praticata alcuna altra attività produttiva tranne forse un piccolo allevamento domestico di galline e maiali ed il piccolo artigianato destinato a sopperire alle esigenze della comunità stessa e questo contribuiva a mantenere minuscole le dimensioni del borgo.

D’altra parte, il borgo era lontano dalle strade, prossimo a Palombara abbastanza da poterla raggiungere in breve tempo anche durante l’inverno, adagiato sulla sommità di una collina dai fianchi scoscesi, privo di una sorgente perenne d’acqua dentro il centro abitato e soprattutto aveva un fazzoletto di terra per contado magari fertile ma troppo piccolo per poter sostentare un centro più grande. Inevitabilmente Stazzano era destinato ad essere un paesino povero e piccolo.

Danneggiato gravemente ma non completamente distrutto da un terremoto nel 1901, Stazzano venne ricostruito ad un paio di km di distanza lungo il corso della strada statale palombarese in un luogo che maggiormente si prestava alla colonizzazione e soprattutto abbastanza vicino a Palombara da permettere di raggiungerla facilmente e diventarne in tal modo un sobborgo. La diffusione della locomozione meccanica a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, prima con il trattore poi anche con l’automobile, fu la causa del definitivo abbandono di Stazzano.

Era infatti diventato possibile grazie al progresso vivere con maggior comfort in un più grande paesino, Stazzano Nuovo, Palombara o Moricone, e lavorare le terre intorno a Stazzano Vecchio dopo averle comodamente raggiunte in trattore, l’assoluta pacificazione delle campagne rendeva sicuro vivere in fattorie rurali a diretto contatto coi campi e questo disincentivava la sopravvivenza di un centro abitato che oramai non serviva più a niente. D’altra parte, questa è stata anche la causa del buono stato in cui si è conservato: proprio perché non serviva più a nulla, a nessuno venne in mente di modernizzarlo col cemento armato e ciò ha consentito che si conservasse praticamente intatto come quando venne abbandonato.

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Aioe

Aioe

L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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