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Saccomuro

Saccomuro

Saccomuro è un piccolo borgo abbandonato posto nel comune di Vicovaro, sito al km 40,800 della Via Tiburtina ed ubicato nel punto in cui questa, raggiunto il culmine della salita, comincia a discendere verso il greto del fiume Aniene che poi costeggia fino a Vicovaro.

Il luogo rivestiva una certa importanza strategica come punto di controllo e come stazione di posta della Via Tiburtina, che correva adiacente al borgo fino alla costruzione della trincea ferroviaria che lo ha separato dalla strada, ancora oggi utilizzata e risalente all’ultimo quarto dell’ottocento. Presentava inoltre il vantaggio di essere facilmente difendibile perché posto sulla sommità di una collinetta dai fianchi ripidi e fangosi e circondata per tre lati dal greto del fiume Aniene che a questo punto del suo corso non può essere attraversato a guado neppure quando è in magra.

La sommità pianeggiante del rilievo, abbastanza estesa da consentire l’insediamento di una piccola comunità, si trovava ad una quota altimetrica maggiore di quella a cui corre la Tiburtina ed offriva così ai suoi abitanti protezione anche dalle minacce provenienti dalla strada. Il punto nel quale si erge Saccomuro era un passaggio obbligato lungo il percorso da Tivoli a Subiaco perché la riva di destra dell’Aniene, lungo la quale corre la Tiburtina, è in quel punto schiacciata fra il greto del fiume ed il fianco ripido del monte San Polo fino a creare una strettoia naturale fra il ciglio del poggio su cui si erge il castello ed il declivio ripido della montagna. Ciò spiega il relativo successo del centro abitato in un’epoca, il Medioevo, in cui non esistevano vere e proprie strade nel senso moderno del termine.

Posta a nemmeno trecento metri sul livello del mare in un luogo dalla terra fertile e molto ricca di acqua sorgiva, protetta dai venti invernali dal profilo orografico della valle dell’Aniene che in quel punto è stretta e con i fianchi tanto ripidi da formare dirupi, la zona era oltretutto versata per l’agricoltura. Vi si coltivava con buon successo l’ulivo ovunque il terreno non fosse esposto al rischio di inondazioni mentre lungo la golena dell’Aniene, che in quel punto è abbastanza spaziosa e ricca di terra, potevano facilmente essere impiantati degli orti. L’Aniene, la cui acqua era al tempo non ancora inquinata dalla cartiera di Subiaco, consentiva sicuramente la pesca e forse l’allevamento ittico. Malgrado tutti questi indubbi vantaggi, i dintorni di Saccomuro avevano una superficie troppo poco estesa per giustificare l’esistenza di un centro abitato autonomo poiché i fianchi ripidi della montagna erano sfruttabili più agevolmente partendo dal soprastante paese di San Polo dei Cavalieri mentre l’Aniene, che con il suo corso pure proteggeva il borgo, non permetteva però a chi ci viveva di sfruttare le terre sulla sua riva opposta.

Ancora, più a monte si ergeva a pochi km di distanza il borgo di Vicovaro, pure esso edificato sulla riva di destra dell’Aniene, che dominava una porzione del fondovalle meno accidentata e più fertile, ad una decina di km più a valle c’era Tivoli mentre Castel Madama, poco distante ma dall’altra parte del fiume, dominava già allora quel tratto della sua riva sinistra. Inoltre, la Tiburtina, in epoca medievale una via di transito secondaria e di importanza prevalentemente locale, poteva essere sorvegliata con facilità da Tivoli e da Vicovaro e ciò rendeva scarsamente utile ogni ulteriore punto di controllo lungo la strada. Allo stesso tempo, il tracciato in quel tratto dolce della Tiburtina ed una quota altimetrica ancora abbastanza bassa rendevano inutile una stazione di posta rurale intermedia perché anche fuori dall’estate si riusciva comodamente ad andare in un giorno da Tivoli a Vicovaro senza soste intermedie.

La storia antica di Saccomuro è largamente sconosciuta. Sicuramente costruito sui resti di una fattoria di epoca romana, Rocca de’ Muri, come era chiamato al tempo il borgo, compare in una donazione di Oddone di Poli ad Adriano IV stipulata il 17 Gennaio 1157. Fonti letterarie raccontano come Saccomuro fosse in rovina già da molto tempo alla metà del XIII secolo quando divenne proprietà degli Orsini ma non sappiamo se diruto fosse solo il castello oppure se fosse abbandonato l’intero centro abitato che doveva sorgergli intorno. Durante l’ultimo quarto del XIII secolo, Giacomo Orsini restaurò Saccomuro, probabilmente edificando una torre di segnalazione cinta da una palizzata ed una stazione di posta sui resti dell’edificio precedente, nel quadro del suo progetto di fortificare Vicovaro, che ai tempi si trovava nei pressi del confine fra Stato Pontificio e Regno delle due Sicilie e che per questo rivestiva un’elevata importanza strategica. Il borgo è poi citato in una divisione ereditaria stipulata il 5 Gennaio del 1288 per effetto della quale Giacomo Orsini rinunciò in favore del fratello Napoleone ai suoi diritti su Percile e Civitella in cambio di un’analoga concessione di quest’ultimo su Licenza e Saccomuro.

Il figlio di Giacomo Orsini, Giovanni, tentò all’inizio del XIV secolo di trasformare in un vero e proprio paese il piccolo borgo che cingeva il castello arrivando a concedergli nel 1311 uno statuto feudale sul modello di quello impartito a Vicovaro nel 1273. I tentativi degli Orsini furono però vanificati dalla peste nera che nel 1348 uccise circa metà della popolazione dell’Italia Centrale determinando l’abbandono di tutti i centri abitati marginali sorti durante il secolo precedente per dare sfogo al rapido incremento demografico della popolazione. All’inizio del XV secolo, ormai quasi completamente spopolato, Saccomuro tornò ad essere una frazione rurale di Vicovaro e nei secoli seguenti rimase un suo sobborgo, debolmente popolato ma non in abbandono, che ospitava una stazione di posta lungo la Tiburtina e forse, all’occorrenza, una piccola guarnigione acquartierata nel castello. Nell’ultimo quarto dell’ottocento, la costruzione della ferrovia da Roma a Sulmona portò alla demolizione di gran parte di quanto ne restava per fare spazio alla stazione di Castel Madama ed alla sede ferroviaria a monte di questa.

Il Castello si salvò dalla distruzione perché antico ed allora ancora in discreto stato di conservazione ma il resto del borgo venne sventrato così da non essere al giorno d’oggi più riconoscibile. L’avvento della ferrovia rese inutili le stazioni di posta lungo le strade perché oramai gli spostamenti sulle lunghe distanze avvenivano in treno e questo portò al loro abbandono. La diffusione del cemento, avvenuta nella prima metà del XX secolo, rese le costruzioni abbastanza economiche da incentivare l’abbandono dei vecchi fabbricati in pietra in favore di moderne fattorie, indubbiamente più comode e soprattutto meno umide. Proprietà di privati poco interessati alla sua conservazione e d’altra parte impossibile da sfruttare a fini turistici, la Rocca venne abbandonata alla metà del novecento in favore della più moderna fattoria sottostante e da allora è in rovina ed in pessimo stato di conservazione.

Originariamente provvisto di una chiesa dedicata a San Pietro, di cui non resta traccia, Saccomuro si articolava nei tempi antichi in un minuscolo fortilizio fornito di mastio ed in un modesto borgo a case sparse. La rocca, in effetti poco più che una fattoria fortificata, era costituita da un unico corpo di fabbrica a pianta rettangolare che si affacciava per tre lati sul fianco scosceso della collina ed aveva una corte interna delimitata da un muro forse provvisto di torri angolari su cui dava il quarto. Sul lato più riparato si affacciava il mastio, una torre a pianta quadrata ancora discretamente conservata ed evidentemente costruita in più fasi che era collegata all’adiacente costruzione mediante un passaggio nel muro. La fattoria era costituita da un unico corpo di fabbrica a due piani, forse provvisto di magazzini sotterranei, della quale resta solo la facciata rivolta verso la Tiburtina mentre è completamente crollato il lato opposto che si affaccia sul fiume. Restano anche i ruderi di due costruzioni in pietra a pianta quadrata di epoca indefinibile sommersi dalla vegetazione spontanea lungo il sentiero che dalla strada conduce intorno alla Rocca e quella che sembrerebbe l’antica porta di accesso.

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Aioe

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L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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