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Montefalco in Sabina

Montefalco in Sabina

Montefalco, detto “in Sabina” per distinguerlo dall’altrimenti omonimo comune umbro, è un borgo medievale spopolato ed in rovina posto sulla sommità dell’omonimo colle che si erge a Sud Ovest dell’abitato di Monteflavio, da cui dista un paio di km, a circa 900 metri sul livello del mare.

Ruderi di Montefalco in Sabina

Ruderi di Montefalco in Sabina

La porzione occidentale delle pendici dei Monti Lucretili è contraddistinta da un’orografia molto aspra che mal si adatta alla colonizzazione umana. I monti che si affacciano direttamente sulla sottostante fascia collinare posseggono crinali tanto acclivi e regolari da far somigliare il loro fronte ad un lungo ed ininterrotto scalino che separa bruscamente le cime delle montagne dalla pianura costiera che si trova cinquecento o seicento metri più a valle. Sebbene il fianco della montagna ovunque possibile fosse già stato terrazzato e coltivato ad uliveto fin dall’antichità, la sua pendenza a tratti estrema e l’ampiezza del dislivello da superare rendevano arduo valicarlo per raggiungere le montagne soprastanti e non essendo possibile altro percorso per collegarle al resto del mondo ciò le condannò a restare pressoché spopolate durante tutta l’antichità.

Paesaggio da Montefalco

Paesaggio da Montefalco

Per contro, malgrado fosse veramente molto difficile da raggiungere, il territorio che abbraccia le cime dei colli che costituiscono i contrafforti occidentali del Monte Pellecchia offriva risorse ambientali che consentivano seppure con difficoltà il sostentamento di un’esigua comunità umana. Al di sopra del crinale ripido che la separa dalle propaggini della pianura costiera si trova infatti un’area collinare dall’orografia morbida e dal terreno ubertoso che si estende per alcune centinaia di ettari ad un’altitudine compresa fra gli ottocento ed i novecento metri sul livello del mare schiacciata fra il ciglio del sottostante dirupo ed i fianchi a loro volta molto ripidi e sassosi del Monte Gennaro e del Monte Pellecchia. Nei suoi dintorni, a quote altimetriche comunque maggiori, si possono ancora oggi ammirare boschi di media montagna estesi ma spesso di qualità mediocre ed accessibili sovente solo con grande difficoltà che potevano comunque essere governati a ceduo così da ricavarne almeno un po’ di legname. Le cime delle montagne offrivano infine ampi pascoli estivi dove condurre le greggi in l’estate.

Il mastio di Montefalco

Il mastio di Montefalco

Durante l’intero corso del medioevo, l’isolamento era percepito come un pregio per un centro abitato rurale perché la difficoltà di raggiungerlo gli conferiva la sicurezza che un ipotetico nemico non avrebbe speso il tempo ed i mezzi economici necessari per trovarlo e conquistarlo in tutti i casi in cui il bottino dell’impresa, prevedibilmente magro a causa della miseria dei luoghi, non ne avrebbe coperto i costi. In questa logica, asserragliarsi in luoghi inaccessibili nascosti sulle montagne serviva ad aumentare il dispendio economico che l’invasore doveva sopportare per la conquista fino al punto da rendergli non profittevole l’impresa ed indurlo così a rinunciarci. Con questi presupposti, in un momento per noi insondabile compreso fra l’ultimo scorcio del X secolo e la metà del XII, l’area dei contrafforti del Monte Pellecchia venne popolata, pare per la prima volta.

Vista di Monteflavio da Montefalco

Vista di Monteflavio da Montefalco

Anche se a vederla lascia l’impressione di un posto fertile e verdeggiante, fresco e piovoso, l’area geografica in cui sorge Montefalco non era granché adatta ad ospitare la vita umana. L’altitudine era eccessiva per l’ulivo, il clima troppo freddo per la vite e le frequenti piogge alla fine della primavera rendevano aleatoria la coltivazione del grano in un’epoca in cui pane, olio e vino erano alla base dell’alimentazione di tutti. Certo, le terre collinari che si trovano letteralmente al di sotto del fianco ripido che le separa dai monti erano molto versate per l’agricoltura e già allora estesamente coltivate rendendo così possibile per gli abitanti delle montagne procurarsi ciò che a loro mancava solo scendendo a valle.

Monte Pellecchia visto da Montefalco

Monte Pellecchia visto da Montefalco

D’altra parte, però, chi viveva in quota veniva a trovarsi nella scomoda situazione di non essere del tutto autosufficiente sul piano alimentare perché per quanto ciò che si produceva in montagna potesse essere sufficiente ad acquistare il cibo impossibile da coltivare in loco per contro non era in grado di sfamare da solo chi ci viveva. Dipendere dall’importazione di vettovaglie per la propria sopravvivenza era una condizione pericolosa per qualunque insediamento umano perché ogni volta che non fosse stato possibile comprare al mercato quanto necessario si correva il concreto rischio di morire di fame.

Cinta muraria di Montefalco vista dall'interno

Cinta muraria di Montefalco vista dall’interno

Finché la comunità che popolava ciascuna contrada restava minuscola era possibile produrre comunque il necessario sul posto coltivando quello di cui c’era bisogno ovunque possibile anche a costo di accontentarsi di rese molto modeste e di rinunciare a servirsi delle medesime superfici per colture più redditizie. Superato un numero comunque molto piccolo, le bocche da nutrire diventavano troppo numerose per poter essere sfamate in questa maniera perché le superfici coltivabili erano comunque poco estese mentre le rese agricole che potevano essere ricavate da coltivazioni impiantate con questi  criteri restavano inevitabilmente risibili. Passato questo limite, la possibilità di importare in modo regolare i beni di sussistenza diventava un prerequisito per l’ulteriore popolamento e ciò presupponeva un mercato stabile presso il quale rifornirsi che sfortunatamente a Montefalco non c’era.

Dintorni di Montefalco

Dintorni di Montefalco

Altro problema era il clima. Affacciati sulle propaggini della pianura costiera che si estende da Ostia a Palombara, i contrafforti occidentali del Monte Pellecchia non sono in alcun modo riparati dai venti marini che gli donano un clima molto umido e piovoso durante la stagione fredda, torrido e secco in estate. Protetti dal vento di tramontana dai monti Lucretili stessi, sono però esposti a nebbie autunnali ed ad estese gelate invernali, ad una siccità estiva che può prolungarsi anche per mesi ed ad una marcata variabilità delle condizioni atmosferiche di anno in anno secondo i capricci del clima. In un ambiente con queste caratteristiche climatiche c’erano poche piante da frutto o commestibili che fosse conveniente coltivare, in pratica solo cereali inferiori e legumi. Infatti, a Montefalco non crsce né il castagno né il noce perché il terreno non è adatto al loro sviluppo mentre la coltivazione del melo non era praticata nell’Italia centrale durante il Medioevo e la patata era ancora un vegetale sconosciuto.

La rocca di Montefalco

La rocca di Montefalco

Certo, la coltura del foraggio consentiva entro limiti modesti l’allevamento di suini e bovini allo stato brado che poteva oltretutto valersi durante l’estate degli alpeggi in più alta montagna. Ancora, nelle golene lungo il corso dei torrenti poteva con qualche successo essere praticata l’orticoltura almeno nei punti in si aprivano abbastanza da consertirlo. L’asprezza delle montagne rendeva queste contrade un buon rifugio per la selvaggina che poteva essere cacciata e mangiata fornendo alla dieta un utile complemento di proteine animali. Allo stesso tempo, però, nessuna di queste risorse era abbastanza abbondante da garantire una certa prosperità a chi viveva in montagna e questo condannava i suoi abitanti ad una misera agricoltura di sussistenza nonché ad una buona dose di fame.

Ruderi della rocca di Montefalco

Ruderi della rocca di Montefalco

Ultimo e più grave ostacolo al popolamento era la scarsità d’acqua. Il terreno debolmente permeabile porta l’acqua piovana a scorrere a valle senza imbibire a fondo la roccia mentre un clima torrido ed asciutto in estate rende possibili siccità di lunga durata durante la stagione secca. Abbondante finché la pioggia cade almeno ogni tanto, l’acqua diventa invece molto scarsa non appena incomincia il gran caldo perché le mille piccole fonti che punteggiano i fianchi delle colline si inaridiscono quando le precipitazioni cessano di essere regolari mentre sono rare le fonti davvero perenni anche nel pieno dell’estate.

Ruderi della cisterna di Montefalco

Ruderi della cisterna di Montefalco

L’unica sorgente su cui si potesse sempre contare, quella che oggi si chiama “Fonte Orsini” e che si trova alla periferia di Monteflavio, sgorgava dalla roccia in un punto intorno al quale non era possibile edificare un insediamento umano difendibile e questo condannava chiunque vivesse nei dintorni ad abitarle lontano. In epoche in cui le pratiche igieniche erano comunque poco diffuse quando non del tutto assenti, la scarsità d’acqua portava per forza di cose a trascurarle completamente per concentrare nell’alimentazione le poche risorse idriche ancora disponibili. Sopratutto durante la stagione calda, più favorevole allo sviluppo degli agenti patogeni, la trascuratezza nella pulizia favoriva l’insorgere delle epidemie, prime fra tutte quelle di colera. La necessità di vivere comunque asserragliati entro le anguste mura del paesello per proteggersi dai nemici all’esterno facilitava il contagio delle malattie ed allo stesso tempo impediva un efficace isolamento degli infetti e questo amplificava gli effetti di ciascun morbo sulla popolazione. Così, luoghi dove l’acqua era scarsa diventavano ricettacoli di malattie infettive che di anno in anno ne decimavano la popolazione e rendevano di più breve durata la vita di chi campava nei dintorni.

Ruderi della rocca di Montefalco

Ruderi della rocca di Montefalco

Tutto questo insieme di fattori ostacolavano il popolamento stanziale dei contrafforti occidentali del monte Pellecchia rendendoli un posto magari verdeggiante più di altri ma che offriva pochissime risorse da sfruttare per sopravvivere ed in cui era perciò possibile solo un popolamento molto stentato e povero ai limiti della sussistenza. Il poco successo di Montefalco aveva prevalentemente ragioni economiche: non si potevano praticare da quelle parti attività produttive che rendessero conveniente il suo popolamento.

Cinta muraria esterna di Montefalco con i ruderi di una torre

Cinta muraria esterna di Montefalco con i ruderi di una torre

Sicuramente costruito in più fasi, l’ultima delle quali risalente al XIV secolo, Montefalco è citato dalle fonti scritte solo a partire dal 1259, epoca in cui consisteva solo in un casone fortificato ed in una torre, ragione da cui si deduce come probabilmente sia posteriore tanto del vicino Castiglione di Palombara che di Stazzano Vecchio. Durante il XIII secolo il continuo naturale aumento della popolazione che ormai si protraeva da secoli spinse alla colonizzazione anche delle aree marginali. Le terre migliori erano state messe a coltura già nel passato mentre nel presente la popolazione continuava a crescere e la resa agricola dei terreni già coltivati restava grossomodo costante: per sfamare sempre più bocche diventava necessario coltivare sempre più terre, anche quelle più scomode e distanti.

Muro di Montefalco

Muro di Montefalco

Alla metà del trecento, un secolo dopo l’epoca in cui era stato solo una fattoria debolmente fortificata sperduta sulle montagne, Montefalco aveva conosciuto un discreto sviluppo. Nel 1343 possedeva tre chiese, un oratorio, una cinta muraria provvista di torri ed estesa per forse 350 metri, pochi di meno rispetto alla lunghezza a cui ammontava quella di Castiglione di Palombara, nonché un castello fornito di un mastio. Nel 1348 l’intera Europa occidentale venne colpita da un’epidemia di peste nera che uccise circa la metà di quanti ci vivevano. Per effetto della repentina riduzione della popolazione conseguenza della pestilenza, le terre più fertili, prima sovrappopolate, divennero improvvisamente quasi deserte perché gran parte dei suoi abitanti erano morti di malattia e questo portò al brusco abbandono degli insediamenti marginali in favore del ripopolamento delle zone più versate per l’agricoltura.

Mura perimetrali di Montefalco

Mura perimetrali di Montefalco

Così una parte degli abitanti di Montefalco morì di peste, gli altri si trasferirono pian piano a valle dove potevano coltivare gli estesi appezzamenti molto più fertili che s’erano liberati perché coloro che ci vivevano prima erano morti durante la pestilenza. Al più tardi nel 1422 Montefalco pare fosse già completamente spopolato anche se talune leggende locali parlano di una ulteriore sopravvivenza della rocca sebbene ridotta a nulla più di una fattoria rurale. Dopo un secolo e mezzo di sostanziale spopolamento, la necessità di sfamare una popolazione ormai di nuovo troppo numerosa rispetto alle risorse che offriva la terra spinse nella seconda metà del XVI secolo la famiglia Orsini ad effettuare un ulteriore tentativo di colonizzazione delle montagne sopra Palombara Sabina. Anche se il centro abitato fondato in quel frangente, Monteflavio, è sopravvissuto fino ai giorni nostri perché ubicato in una posizione comoda da raggiungere anche se indifendibile sul piano militare, la sua storia racconta una miseria non tanto diversa da quella del suo antenato medievale che l’ha condannato ad un’esistenza comunque molto stentata e piagata dalla fame endemica fra i suoi abitanti.

Vista di Montefalco dal basso

Vista di Montefalco dal basso

Di Montefalco sono arrivate a noi solo poche macerie scavate e messe in sicurezza negli anni ’90 dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali quindi abbandonate a loro stesse ed oggi in rovina. Del borgo si sono ben conservati i ruderi della cinta muraria e le fondamenta delle torri che ne cingevano gli angoli. All’interno del perimetro fortificato doveva essere edificato il centro abitato di cui restano però solo lacerti di difficile lettura oltretutto sommersi dalla vegetazione e spesso pericolanti. Meglio leggibile è la rocca che occupava la sommità della collina ed era adagiata su uno sperone roccioso che ancora si intravvede sotto i ruderi.

Ruderi di Montefalco

Ruderi di Montefalco

Era fornita un mastio, di cui si sono conservate le fondamenta dai muri spessi oltre un metro, che occupava la parte del suo perimetro che si affacciava sulla porzione più ripida della scarpata che lo cingeva e soprattutto di una voluminosa cisterna larga ed alta sei metri e lunga cinque di cui si sono conservati estesi ruderi della vasca e dei condotti di adduzione. Malgrado anche solo il paesaggio che si gode da Montefalco valga la passeggiata, il luogo nondimeno è pericoloso perché completamente abbandonato e da tempo immemore non manutenuto. Il sentiero che lo raggiunge si perde ad un centinaio di metri dall’arrivo ed al ritorno occorre fare attenzione a non perdersi nella boscaglia cercando di ritrovarlo.

Aioe

Aioe

L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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