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Grotta Marozza

Grotta Marozza

Grotta Marozza è una fortificazione medievale abbandonata ed in rovina costruita a partire dal X secolo sui ruderi di una villa romana nei pressi della Macchia del Barco e lungo il corso dell’antica via Reatina all’interno di quello che è oggi il territorio del Comune di Monterotondo.

Ad una ventina di chilometri a monte di Roma, la valle del Tevere presenta lungo il suo versante sinistro, per intendersi quello su cui si affaccia Monterotondo, una orografia collinare scandita dai molti fossi dal corso breve e sinuoso che si gettano direttamente nel fiume. Protetta dalle piene del Tevere perché ad una quota altimetrica maggiore del suo corso e contraddistinta da un’altitudine ancora molto modesta che la riparava dal freddo, questa fascia collinare era punteggiata da abbondanti sorgenti perenni le cui acque formavano diffusi acquitrini lungo le golene dei fossi. Il profilo orografico morbido dei fianchi delle colline e la forma spaziosa delle valli entro cui scorrevano i mille ruscelli che solcavano la zona molto agevolavano l’agricoltura mentre la pietra morbida ma resistente era particolarmente adatta all’uso come materiale da costruzione. Tutti questi fattori rendevano la zona molto adatta all’insediamento umano, ragione per la quale queste terre furono estesamente colonizzate già durante la preistoria.

I primi a popolare il sito in cui, secoli dopo, sarebbe sorto il castello di Grotta Marozza furono i romani nel corso del I secolo dopo Cristo. Il posto del resto lo meritava: ricchissimo d’acqua, molto più di quanto non sembri al giorno d’oggi, dal terreno morbido e fertile era in più punteggiato da sorgenti termali oggi purtroppo esaurite. Il clima mite consentiva la coltivazione dell’ulivo e della vite, i boschi dei dintorni potevano fornire legname di buona qualità oppure carbone vegetale mentre le radure potevano essere proficuamente utilizzate per il pascolo. La via Reatina, che seguendo il tracciato della strada moderna costeggiava Rocca Marozza nel collegare Monterotondo a Montelibretti quindi a Rieti, rappresentava un’alternativa alla Salaria certamente più acclive e lunga ma anche più sicura perché correva distante dal corso del Tevere ed ad una quota altimetrica che la metteva al riparo dalle sue inondazioni, ragione del suo successo in epoca medievale. Infine, il Rio di Grotta Marozza, un corso d’acqua allora perenne ed oggi scomparso che scorreva fra il castello ed il borgo ancora oggi esistente, consentiva l’orticoltura lungo le sue sponde e forniva ulteriore protezione al castello.

Il luogo dove sorge Rocca Marozza si prestava all’insediamento umano. Collina dall’altitudine molto modesta ma dai fianchi ripidi per larga parte del suo perimetro presentava in più una sommità quasi pianeggiante ma poco estesa, una grande sorgente perenne lungo un suo lato ed una grande grotta forse naturale – da cui deriva il toponimo – che in tempo di pace poteva essere utilizzata come deposito. Anche la pietra del luogo era adatta all’impiego nelle costruzioni, ragione per la quale il posto venne utilizzato per secoli come cava.

Dell’epoca romana restano solo alcune cavità sotterranee, probabilmente cisterne, di difficile lettura. Ad alcune centinaia di metri a Sud Est del Castello si trovava una grande sorgente termale rinomata in età antica col nome di aquee Labanae ed oggi nota come Acqua Solfa, purtroppo quasi completamente esaurita come anche tutte le altre nei dintorni. La sorgente alimentava delle terme in epoca romana abbastanza famose per le virtù curative dell’acqua solfurea che vi sgorgava da essere citate anche da Strabone, circostanza che rende improbabile che al tempo consistessero solo in una vasca naturale circondata dai campi. Poiché anche i manufatti di epoca romana sono essi stessi adiacenti ad una sorgente termale minore, è possibile che il complesso costituisse all’origine una qualche pertinenza delle terme oppure una fattoria edificata per sorvegliarle e coltivarne i dintorni. In ogni caso, le dimensioni a tratti imponenti delle cisterne che si sono conservate lasciano pensare ad un insediamento di dimensioni significative del quale purtroppo resta assai poco di visibile, forse una villa di qualche dignitario dell’impero.

Abbandonata verso la fine dell’epoca antica, Rocca Marozza sembra sia stata di nuovo popolata poco dopo l’anno mille ad opera della famiglia Crescenzi riattando alla meglio quanto restava dell’insediamento antico ormai in rovina probabilmente come punto di sorveglianza dell’adiacente via Reatina e delle sorgenti solfuree circostanti. Anche di quest’epoca si è conservato davvero poco tranne forse il nome “Marozza”, corruzione di Maria, forse in memoria della contessa di Mentana e componente della famiglia Crescenzi fondatrice del borgo che le leggende raccontano vissuta nel X secolo ma della cui stessa reale esistenza si è in dubbio.

All’inizio del XIII secolo, durante il pontificato di Innocenzo III (sul soglio papale dal 1198 al 1212), con la cessione del borgo da parte dei Crescenzi all’Abbazia di San Paolo fuori le mura cominciò per Grotta Marozza un’epoca di relativa espansione a cui risalgono gran parte dei ruderi conservatisi e che si protrasse per circa un secolo. Nel 1286 era diventata proprietà della famiglia Orsini poi venne tenuta in enfiteusi dai Colonna quindi nel XIV secolo acquistata dai Capocci.

Il castello pare sia stato abbandonato poco dopo la grande pestilenza che colpì la campagna romana nel 1380 e comunque prima del 1407 probabilmente in conseguenza dell’inaridirsi della sorgente che sgorgava ai piedi delle sue mura di cinta, l’unico vero vantaggio del luogo rispetto agli altri vicini. Gli abitanti si trasferirono ai piedi della collina nel borgo a case sparse di origine quattrocentesca che ancora vi sorge poiché le campagne dell’agro romano godevano ormai di un livello di sicurezza tale da non rendere più necessario alla popolazione vivere entro recinti fortificati.

La tenuta agricola, ancora coltivata, cambiò proprietario molte altre volte nei secoli seguenti passando in mano ai Del Bufalo Cancellieri quindi agli Orsini (1512), ai Salviati (1571), ai Del Bufalo Cancellieri di nuovo poi ai Savelli, ai Barberini ed infine al Marchese del Grillo.

Del castello di Grotta Marozza si è conservato abbastanza poco. Il reperto più spettacolare è quanto resta del grande mastio a pianta quadrata risalente al duecento e costruito con una tecnica “a tufelli”, comune anche al castello di Empiglione, anche detta alla sarcinese o sarcinesca e composta da blocchetti di pietra a forma di parallelepipedo regolare e di dimensioni grossomodo costanti legati fra loro da una minima quantità di malta. A ridosso della torre si sono conservati brandelli di tre vani dalla originaria funzione per noi insondabile ed i ruderi di alcune opere di fortificazione di difficile lettura per lo stato precario in cui si trovano. Un buco non protetto nel terreno è quanto si è conservato del pozzo attraverso cui era possibile attingere l’acqua da una cisterna sottostante oggi inaccessibile. Il castello era poi circondato da una cinta muraria di cui si sono conservati estesi frammenti delle fondamenta ed i ruderi di almeno due torri a pianta quadrata di cui una posta sopra l’accesso alla Grotta Marozza. In corrispondenza dell’angolo orientale della cinta muraria si trovano i resti di un corpo di fabbrica di epoca indefinibile e dalla funzione insondabile del quale si è ben conservato il solo piano inferiore costituito da un ambiente sormontato da una volta a botte pressoché integra nel quale si aprono delle prese di luce rivolte a valle ed una serie di altri vani sotterranei oggi parzialmente interrati.

Sul lato della cinta muraria prossimo al mastio si scorgono appena, sepolti dalla vegetazione, i resti della grande sorgente oggi esaurita che doveva sgorgare in quel luogo. Il suo alveo affiancava l’intera porzione settentrionale della cinta muraria segno che la portata non doveva essere poi troppo modesta ma un muro invalicabile di rovi impedisce di approfondire l’esplorazione.

Lungo il fianco meridionale della collina, nascosta dalla vegetazione, si apre la Grotta Marozza, una cavità forse di origine naturale che porta i segni del suo millenario utilizzo come cava di pietra, stalla o deposito ed oggi ridotta ad un immondezzaio. Grotta dalla superficie modesta e dalla profondità complessiva di qualche decina di metri sarebbe nondimeno un posto suggestivo se solo fosse ripulito dalla vegetazione e dai rifiuti. Da rimarcare la presenza all’interno delle grotte, anche questa non segnalata da cartelli né protetta da coperchi, di un pozzo di accesso ad una cavità sottostante sembra allagata.

Grotta Marozza è stato estesamente scavato nella prima metà degli anni ’90 quindi completamente abbandonato senza alcun tentativo di rendere accessibili i ruderi del castello. Ciò gli conferisce una patina decadente ed al tramonto vagamente spettrale ma rende il luogo anche molto pericoloso soprattutto per i bambini.

Aioe

Aioe

L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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