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Corviano

Corviano

Corviano è un centro abitato medievale abbandonato ed in pessimo stato di conservazione che si trova nel comune di Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, a circa 200 metri sul livello del mare sulla sommità pianeggiante dello sperone che separa le valli dei fossi Vezza e Martelluzza.

I dintorni del luogo dove sorse Corviano non offrivano condizioni vantaggiose per il popolamento. I fianchi acclivi e punteggiati da dirupi delle valli del Vezza e della Martelluzza, due torrenti di nessuna importanza commerciale, lasciavano poco spazio pianeggiante su cui praticare l’agricoltura, il suolo tufaceo garantiva rese agricole in genere scarse ed anche la silvicoltura era possibile entro superfici molto modeste perché l’orografia aspra rendeva disagevole quasi ovunque il taglio boschivo a ceduo; il sottosuolo non offriva giacimenti minerari di rilievo ed anche l’allevamento del bestiame era possibile entro limiti modesti stante la penuria di pascoli. L’unico vantaggio di Corviano era l’isolamento. Era infatti costruito sulla sommità grossomodo pianeggiante – un poggio – della collina dai fianchi scoscesi che separa la valle del torrente Vezza da quella del torrente Martelluccia in una posizione difficile da trovare e da raggiungere poiché per guadagnare la vetta, dove era il borgo, occorreva prima aprirsi un varco lungo il pendio ripido e boscoso.

L’epoca in cui Corviano cominciò ad essere popolato resta oscura. Di epoca preromana paiono alcuni frammenti del muro perimetrale del castello edificati a secco con grandi blocchi di pietra. La funzione dell’originario manufatto è purtroppo sconosciuta come anche l’epoca della sua originaria costruzione. Le ragioni che spinsero una popolazione antica ad abbarbicarsi in un luogo tanto scomodo e povero non sono ben chiare come del resto sono ignoti l’epoca storica in cui l’abitato venne fondato ed il suo nome antico. Diversamente da Monterano, dai cui dintorni potevano essere estratti ferro e zolfo, a Corviano non c’erano risorse naturali che giustificassero la colonizzazione, contrariamente alla fascia costiera della Tuscia il terreno non era granché fertile né il posto rivestiva alcuna importanza militare. Ancora, sebbene cinto per tre lati da un dirupo, il poggio sulla cui sommità si trova Corviano era anche povero d’acqua, di ridotta superficie e lontano da vie naturali di comunicazione.

Con la conquista romana della Tuscia, avvenuta alla fine del IV secolo A.C., gran parte dei centri abitati minori che ne avevano punteggiato l’ambiente rurale in epoca etrusca furono abbandonati in favore di un numero più ridotto di paesi maggiori per dimensioni ed ubicati di solito in pianura lungo il corso delle strade. È incerto se durante l’epoca romana l’angolo di campagna che oggi chiamiamo Corviano sia stato completamente spopolato ed incolto ovvero fosse ancora oggetto di una seppur tenue presenza umana. In ogni caso, il grado di antropizzazione dell’ambiente dovette restare molto scarso tanto che il successivo castello medievale venne edificato direttamente sui ruderi precedenti senza un intermedio strato murario di epoca romana.

Alla metà del V secolo D.C. la pace generalizzata che aveva regnato in Tuscia negli ottocento anni precedenti ebbe termine. Il collasso dell’autorità statale conseguenza della caduta dell’Impero Romano d’Occidente rese vulnerabili coloro che ci vivevano tanto alle minacce esterne – che erano sempre possibili trovandosi la Tuscia sulla direttrice che collegava Roma al Nord Europa – quanto al clima di endemica violenza che regnava nella società del tempo. In mancanza di un’autorità costituita in grado di difendere la popolazione in modo continuativo, il livello di sicurezza nelle campagne divenne molto scarso se non inesistente poiché l’assenza di sorveglianza e di repressione incentivava il più forte a prendersi ciò di cui aveva voglia.

Non potendo contare su aiuti esterni per la propria difesa, la paura spinse la popolazione che comunque viveva in campagna a raggrumarsi in luoghi semplici da fortificare e quindi facilmente difendibili in caso di minacce esterne anche a costo di scegliere posti difficili da colonizzare perché poveri di risorse. Poiché l’edificazione di una cinta muraria ben fortificata era un’impresa a quei tempi costosa oltre le possibilità di un villaggio di pastori, costruire i centri abitati in luoghi difesi almeno parzialmente da ostacoli naturali insormontabili rispondeva ad un’esigenza innanzitutto economica perché in questo modo se ne riducevano i costi di costruzione senza rinunciare alla sicurezza.

D’altra parte, Corviano era un luogo senza grandi risorse, circondato dal nulla, difficile da trovare e da raggiungere, con poco da rubare e quasi niente da tassare, tutte ottime ragione, queste, per le quali un ipotetico nemico probabilmente avrebbe scelto un’altra preda. Così la prima difesa di Corviano era la sua assoluta marginalità economica: non conveniva conquistarlo semplicemente perché il profitto dell’impresa non ne avrebbe giustificato il costo. In questa ottica, l’unico nemico che era ipotizzabile dovesse essere fronteggiato era il ladro venuto dal paese vicino per proteggersi dal quale bastava utilizzare una rocca debolmente fortificata come magazzino e magari una palizzata perimetrale in legno.

L’epoca nel corso del medioevo durante la quale Corviano venne nuovamente colonizzato è ignota come restano sconosciuti i suoi fondatori. Gran parte degli edifici che componevano il centro abitato dovevano essere costruiti in legno, forse l’unico prodotto davvero abbondante dei dintorni, ragione per la quale sembra che non ne resti nulla a parte i buchi nel terreno che ne costituivano le fondazioni. Era invece edificata in blocchi di pietra l’unica chiesa di Corviano, una cappella ad una sola navata lunga dieci metri e larga cinque che non sappiamo a chi fosse intitolata, fornita di un abside e circondata da una necropoli che conta una trentina di tombe a fossa scavate nel tufo ancora riconoscibili.

L’unico altro edificio in pietra presente a Corviano è il castello medievale che peraltro si trova in uno stato di conservazione tanto precario da rendere difficile la lettura dei suoi resti. Edificato sfruttando i ruderi di una costruzione precedente dalla funzione per noi ignota, aveva pianta rettangolare, una sola porta d’accesso, era lungo una cinquantina di metri per quaranta di larghezza, provvisto di una corte centrale che ancora appena si intravvede e probabilmente anche di un mastio di cui non resta alcunché. Probabilmente costruito in più fasi successive a partire da un momento incerto a cavallo fra la fine del X secolo e l’inizio del successivo, sicuramente più volte rimaneggiato nel corso del XIII secolo non sappiamo in quali occasioni né ad opera di quali persone, il castello venne infine raso al suolo dalle truppe del Comune di Viterbo alla metà del XIVI secolo in occasione della sua conquista e mai più ricostruito perché inutile sotto tutti i punti di vista. Questo è quanto sappiamo della sua storia.

La maggiore attrazione di Corviano è costituita dalla decina di strutture ipogee disseminate lungo la porzione del dirupo che cinge il poggio più prossima al piano di calpestio. La forma squadrata dei vani interni e l’accesso mediante luci rettangolari collegate al soprastante livello mediante scalette ripide e strette conferiscono al luogo un chiaro sapore etrusco. Allo stesso tempo, le necropoli etrusche tendevano ad accogliere di norma molte decine se non centinaia di tombe racchiuse in uno spazio di almeno qualche ettaro mentre pur con tutta la buona volontà a Corviano non si arriva a venti. Naturalmente, una simile scarsità può essere spiegata con una sopravvivenza dell’abitato etrusco troppo breve per accumulare un numero più significativo di tombe, con la miseria del luogo che non consentiva di costruirne oppure con la distruzione di quelle che si trovavano ad una quota più bassa in conseguenza di smottamenti naturali. Nulla esclude altrimenti un’epoca di costruzione più tarda.

Sebbene sia certo l’utilizzo di queste strutture durante l’epoca medievale, provato dalle incisioni ruperstri a tema cristiano presenti in un vano sotterraneo, non è invece del tutto chiaro quale fosse la loro funzione. Ad eccezione di un singolo manufatto che presenta un buco nel soffitto che potrebbe essere interpretato come una canna fumaria, nessuna altra cavità conserva al suo interno i resti di un focolare, di un camino o di uno spazio per il fuoco. Per quanto oggi possa sembrare incredibile, almeno fino al X secolo era consueto che uomini ed animali dormissero insieme all’interno di abitazioni sprovviste di caminetto mentre il fuoco fosse tenuto all’esterno: in epoche dal clima mite il calore animale era più che sufficiente a riscaldare gli ambienti ed in questa maniera si riduceva il rischio d’incendi. L’iconografia della Natività rappresenterà più tardi una scena che era stata quotidiana nella tarda antichità: le persone dormivano fra il bue e l’asinello tutti i giorni, perlomeno in quelli d’inverno. A cavallo del nuovo millennio gli animali uscirono dalle case e vi fecero ingresso i focolari poiché gli animali hanno in genere paura del fuoco e non era quindi possibile tenerceli entrambi. Si potrebbe quindi ipotizzare la presenza a Corviano durate la tarda antichità di una piccola comunità che viveva nelle cavità sotterranee, era fornita di un oratorio costruito in pietra e più tardi prima di una torre poi di un vero e proprio castello. Sfortunatamente non è possibile determinare l’epoca di costruzione della cappella che comunque sembra il reperto più antico costruito in muratura.

Allo stesso tempo, però, per un’epoca successiva alla fine dell’XI secolo sembra arduo ipotizzare un uso delle cavità sotterranee come abitazioni rupestri: il tufo è una pietra permeabile all’acqua e marciscente che rende i locali in essa scavati umidi e malsani ed in definitiva inadatti alla vita; per quanto l’altitudine sia modesta – 200 metri sul livello del mare – il freddo dell’inverno parrebbe poco compatibile con la vita in strutture fornite di grandi buchi nei muri – forse successivi – e sprovviste di camini; la presenza di canali di scarico scavati nel pavimento lascerebbe supporre un loro utilizzo come depositi anche se lo stoccaggio avrà richiesto più di qualche problema per oltrepassare le ripide scale.

Conquistato e probabilmente raso al suolo dai Viterbesi nella prima metà del XIV secolo, Corviano venne completamente abbandonato e dimenticato finché non è stato riscoperto in anni recenti quindi sottoposto a scavi archeologici sistematici ma di poco profitto.

Sebbene si trovi in un luogo davvero incantevole sul piano paesaggistico, Corviano è anche un posto tanto pericoloso, più della media dei paesi abbandonati ed abbastanza da suggerire a qualunque persona sensata una diversa destinazione almeno per tutta la durata della lunga stagione in cui sono possibili piogge. Pubblicizzato dal Comune di Soriano nel Cimino, dentro il cui territorio è ricompreso, come un posto per famiglie con bambini, Corviano è in realtà separato dalla strada asfaltata da circa tre km di tratturo maltenuto e soggetto ad infangamenti che ad un tratto attraversa un guado che d’inverno ed in caso di pioggia può raggiungere anche i trenta centimetri d’altezza.

Manca qualsiasi segnaletica stradale ed è facile perdersi a causa della presenza lungo la strada principale di intersezioni non segnalate con altri tratturi. I ruderi non sono assolutamente posti in sicurezza ed in particolare mancano completamente tanto i parapetti lungo il ciglio del dirupo quanto qualsiasi protezione a valle lungo le scalette di accesso alle cavità sotterranee. In caso di pioggia, il borgo è soggetto alla formazione di fango e di melma in pozze che rendono il suolo sdrucciolevole e la visita pericolosa per il rischio di cadute. Nessuno vive nei dintorni.

 

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Aioe

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L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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