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Ceri

Ceri

Ceri è una frazione del Comune di Cerveteri ubicata a poca distanza dalla via Aurelia, ad una quota altimetrica di 105 metri sul livello del mare ed ad una decina di km dal mare Tirreno nella fascia in cui i contrafforti del vulcano oggi spento nel cui cratere è contenuto il lago di Bracciano degradano nella pianura costiera. E’ edificata su di un poggio roccioso nel punto di confluenza fra due torrenti, entrambi perenni, in prossimità di una fonte d’acqua dalla portata generosa anche in estate ed è cinta da un dirupo invalicabile lungo l’intero perimetro.

Ceri è un borgo conservatosi quasi intatto risalente al tardo settecento ed edificato sui ruderi di un precedente abitato medievale di cui si è conservata solo la chiesa in cui sono ancora oggi visibili alcuni affreschi duecenteschi purtoppo in cattivo stato di conservazionei, un pavimento cosmatesco di buona fattura ed un ciborio in pietra forse trecentesco. Al settecento risale il grande palazzo Torlonia, di proprietà privata e per questo impossibile da visitare, con annesso aranceto, Il luogo è facilmente raggiungibile ed in sicurezza per cui la visità è raccomandabile per tutti senza particolari accorgimenti. Allo stesso tempo, durante la stagione estiva ed in occasione delle festività il borgo è letteralmente invaso dalle autovetture private a cui è inopinatamente consentito il libero accesso al piccolo centro abitato per cui la visita in queste occasioni può risultare scomoda e poco appagante.

L’ambiente intorno a Ceri ben si prestava alla colonizzazione: zona di dolci colline dai declivi fertili su cui prosperava l’ulivo, ampie zone pianeggianti lungo le larghe valli dei torrenti in cui il grano e la vite crescevano rigogliosi e contraddistinta dall’abbondanza di acqua tanto sorgiva quanto corrente durante tutto l’anno che consentiva la cura di orti di una certa estensione. Ancora, il suolo fertile e morbido da lavorare ben si prestava all’agricoltura ed anche all’interno delle golene non si formavano neppure nel pieno della stagione piovosa gli acquitrini invernali endemici più a valle prima delle bonifiche dell’ottocento.

La roccia tufacea, assai abbondante nella zona e facile da lavorare, nonchè la grande disponibilità di legname ricavabile dai grandi boschi poco più a monte offrivano direttamente sul posto materie prime inesauribili per le costruzioni e ciò in trasparenza spiega il fervore edilizio conosciuto dal posto. Roma, non molto distante, offriva poi un ampio mercato per i prodotti del luogo e la relativa vicinanza del borgo con una strada, l’Aurelia, comunque facilmente transitabile, rendeva abbastanza economica la loro esportazione.

I primi a noi noti che giunsero da queste parti furono gli etruschi. Del loro passaggio si sono conservate solo poche tracce di una necropoli presso la chiesa di San Felice. Forse il luogo dove oggi sorge Ceri fu abitato in epoca romana e forse vi sorse una piccola comunità agricola nel corso del VII secolo in conseguenza dell’abbandono di Cerveteri. Di tutto ciò non resta alcuna traccia visibile, tranne forse la Chiesa di San Felice che però è in rovina.

Per quello che ne sappiamo, il borgo di Ceri fu fondato da un gruppo di normanni non meglio conosciuto nel corso del secolo XI come effetto del generale processo di espansione delle superfici coltivate e di popolamento rurale che caratterizza in tutta europa i primi due secoli del nuovo millennio. Grazie alla fertitilità del luogo, già all’inizio del secolo seguente il paesino doveva aver raggiunto una prosperità non indifferente per le sue minute dimensioni tanto da potersi permettere una chiesa di gran lusso, l’ancora oggi esistente, seppur largamente rimaneggiata nel settecento, Santuario della Madonna di Ceri.

Della chiesa originale, la cui fondazione potrebbe risalire alla metà del XI secolo come sembra provato da alcuni aspetti della tessitura muraria più antica e dai lacerti pittorici sul muro alla destra dell’abside, restano un pregevole ciclo di affreschi di scuola romana databili all’inizio del XII secolo, pur se rovinati, disposti sulla parete destra della navata centrale: quattro registri con storie dell’Antico Testamento e soggetti profani sulla zoccolatura fra gli archi. Qualche avanzo del Giudizio compare sulla controfacciata.

Si può leggere l’intervento di almeno quattro maestri, con un’innegabile unità concettuale e tonale. I colori vivi e la freschezza narrativa si saldano a un linguaggio maturo, pronto a diverse soluzioni grafiche e cromatiche; il modello a cui il ciclo di Ceri si ispira è facilmente identificabile negli affreschi della basilica inferiore di S. Clemente a Roma, opera del cosiddetto Maestro di Beno.

Altro pregevole reperto è il ciborio, anch’esso risalente al secolo XII, oggi collocato nella cappella di sinistra della chiesa ed utilizzato come monumento funerario dell’Antipapa Felice II, venerato dalla Chiesa Cattolica come un Santo, morto a Ceri nel 365, forse originariamente sepolto nella chiesa oggi diruta a lui intitolata che secondo una leggenda venne costruita nel luogo del suo martirio, quindi traslato in epoca ignota nel Santuario della Madonna di Ceri dove ancora oggi riposa.

Di epoca probabilmente appena più moderna è il notevole pavimento intarsiato di scuola cosmatesca, purtoppo conservatosi solo in parte, con intarsi policromi e stile a rosone, purtoppo reso poco visibile dalla presenza delle panche per i fedeli. Da segnalare, infine, le decorazioni esterne dell’abside, seppur rovinate.

Oltre alla chiesa, nelle immediate vicinanze doveva sorgere anche un esteso castello, edificato inizialmente dai Normanni, primi possessori del borgo, con pianta a torre centrale, quindi passato prima alla famiglia Alberteschi poi agli Orsini conti di Anguillara, che progressivamente lo ingrandirono nel corso dei secoli XIV e XV. Sfortunatamente, l’intero centro abitato, esclusa solo parte della chiesa, venne raso al suolo nel 1503 da Valentino Cesare Borgia sicchè ne resta poco da vedere. La vita nondimeno andò avanti. Nel 1527, Ceri fu data in feudo a Renzo degli Anguillara, detto Renzo Da Ceri, per aver vanamente tentato di difendere Roma dai Lanzichenecchi quindi nel 1657 passò ai conti Borromeo che la vendettero nel 1716 ai Torlonia.

Alla metà del settecento, per effetto di estesi lavori di rifacimento del tessuto urbano conseguenza della costruzione di una grande dimora principesca suburbana a ridosso della chiesa, il paese assunse grossomodo la fisionomia attuale con un grande palazzo nobiliare fornito di un ampio parco nella parte meridionale del poggio ed un borgo stretto sulla pozione restante con la piazza principale in corrispondenza della corte interna dell’antico castello ed una fila di case lungo il ciglio del dirupo che lo circonda.

Ceri è un buon esempio della difficoltà che incontra l’Italia nel valorizzare il suo immenso patrimonio artistico. Sebbene appena fuori dal paese sia disponibile un ampio parcheggio, l’accesso degli auteveicoli ai centro storico non è in alcun modo regolamentato sicchè il poco spazio disponibile è letteralmente saturato dalle automobili in sosta ovunque possibile. Inoltre, la strada d’accesso, ovviamente troppo stretta per permettere l’incrocio di due automobili, è percorribile solo a senso unico alternato regolato da un semaforo con la conseguenza che si formano lunghe code nella piazza principale di autoveicoli che attendono a motore acceso il loro turno per scendere. Ancora, malgrado sia un luogo abbastanza rinomato, a Ceri non è presente alcun punto informativo turistico nè è stata apposta qualsivoglia targa esplicativa della storia dei luoghi ed inoltre il Santuario non offre neppure a pagamento alcuna pubblicazione sulla sua storia e sulle bellezze artistiche che contiene. Il Castello di Ceri è utilizzabile, a pagamento, per ricevimenti e convegni ma non ne è possibile la visita. Perciò, soprattutto durante l’estate e nei giorni festivi il borgo diventa quasi fastidioso da visitare per il troppo poco spazio libero e la presenza invasiva di automobili parcheggiate ovunque possibile.

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Aioe

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L’autore di questo blog si chiama all’anagrafe Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione avvocato nel penale, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.

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